“Allacciate le cinture”. La tragica storia di DJ Fabo ci interroga anche sulla sicurezza stradale

Ciclicamente, le cronache ci raccontano storie tragiche, di giovani vite menomate a tal punto che occorre chiedersi se si possano ancora definire degne di essere vissute.
Il dibattito sull’eutanasia tiene banco ormai da molti anni. È uno di quei temi estremamente divisivi che vanno a toccare corde fondamentali come il senso che si dà all’esistenza, al dolore, alla medicina.

Dietro a queste storie di dolore talvolta ci sono malattie incurabili; altre volte, invece, ci sono eventi tragici che si sarebbero potuti evitare: incidenti stradali.

Fabiano Antoniani (in arte DJ Fabo), come anche prima di lui Eluana Englaro, era giovane e pieno di vita, di passioni, di sogni che si stavano in parte realizzando.
Poi una distrazione mentre era alla guida e l’incidente lo hanno gettato in quella che lui stesso ha definito una “notte senza fine”, impossibilitato a vedere, a muoversi, a vivere come aveva sempre fatto.

Non è un caso quindi che fra le ultime cose dette agli amici ci sia stata quella frase: “Non prendetemi per scemo, ricordatevi sempre di allacciate le cinture”.

A questo proposito Paolo Sodi, CEO di Sodi Scientifica, lo scorso 28 febbraio ha scritto una lettera nella quale esprime il suo pensiero.
La notizia è stata pubblicata su “Il Sole 24 Ore” da Maurizio Caprino, giornalista specializzato su normative stradali e sicurezza, e poi ripresa da altre testate.

La riportiamo integralmente.

“Cari amici,
non frequentando il libro della faccia, cerco comunque il modo di condividere con voi un pensiero al quale, sono sicuro, siete sensibili.
In questi giorni i giornali e i telegiornali sono giustamente dominati dalla vexata quaestio dell’eutanasia, del testamento biologico, del fine vita, sull’onda della notizia della morte di Dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, che in Svizzera si è sottoposto al suicidio assistito. Milanese, 39 anni, ex broker, assicuratore e poi dj di successo, “da ragazzo molto vivace e un po’ ribelle”, come si raccontava in un video, è passato a vivere una vita nel buio, nell’immobilità. E’ rimasto cieco e tetraplegico dalla notte del 13 giugno del 2014, quando fu vittima di un terribile incidente stradale: di ritorno da un locale del dj set milanese, per chinarsi a raccogliere il cellulare che gli era sfuggito di mano sbandò e la sua vettura si scontrò contro un’altra che procedeva sulla corsia d’emergenza. Fu sbalzato fuori dall’abitacolo e da lì ebbe inizio il suo calvario.
La storia di Dj Fabo ne ha riportata alla mente un’altra, simile ma diversa: quella di Eluana Englaro. Apparentemente accomunati dalla stessa vexata quaestio, ma non ad un occhio più attento perché Dj Fabo ha scelto di porre termine alla propria vita terrena mediante un suicidio assistito, mentre per Eluana si è trattato di mettere fine alle cure che le permettevano di rimanere in vita.
Ma un altro filo lega le due storie. L’ultimo giorno della sua vita cosciente Eluana lo trascorre con l’amica del cuore, Laura Portaluppi. È il 17 gennaio 1992; è già in pigiama quando gli amici la chiamano per farsi raggiungere in un locale a Garlate, a pochi chilometri da Lecco. Una serata improvvisata: Eluana si riveste, prende l’auto, non avverte Laura e neppure i genitori che sono in vacanza in Trentino Alto Adige per una settimana bianca. Papà Beppino è partito con l’utilitaria di Eluana, lasciandole la vettura più grande, una Bmw. Alle tre di notte Eluana è di nuovo sulla provinciale che collega Calco a Lecco, scortata da un amico, Andrea. È buio, si gela, l’auto slitta su una lastra di ghiaccio. Pochi secondi di terrore prima di finire contro un palo. Per Eluana è la fine, o meglio l’inizio di un’esistenza mai immaginata. I soccorsi arrivano quando il suo corpo è ormai immobile, lo sguardo fisso, senza riscontro i riflessi. Qui comincia il suo calvario. È l’alba del 18 gennaio 1992.
Quando parliamo di sicurezza stradale, ricordiamoci che non si tratta “solo” (anche se, ovviamente, basterebbe e avanzerebbe questo) di persone decedute sulla strada, ma anche di coloro che sopravvivono per vedere la propria esistenza priva di ogni speranza di vita vera. Vittime “della” strada, non solo “sulla” strada: chi ne è direttamente coinvolto e chi, come i genitori, ne viene comunque irrimediabilmente distrutto.
Paolo Sodi”

È possibile, invece, visionare l’articolo completo di Maurizio Caprino cliccando qui: